martedì 7 novembre 2017

Nick Cave & The Bad Seeds @ Mediolanum Forum - Assago 06/11/17

La vita ti fa soffrire, spesso ingiustamente, per ragioni che ti sfuggono. Più ti sforzi, più i rovi ti aprono la pelle.
Ti capita di comprare un biglietto per un concerto di Nick Cave in quello che consideri essere uno dei periodi più felici della tua vita. Torni a casa, metti il biglietto in un cassetto e cominci ad aspettare l'arrivo di quel giorno, continuando a vivere, continuando a sforzarti.
Nel buio del cassetto, la data di quel giorno, stampata sul biglietto, ti ha aspettato per tutti questi mesi, paziente, come una tigre in agguato. Quando finalmente giunge quel giorno, ed è ora di tirare fuori il biglietto, non sei più la stessa persona che l'aveva messo via; scopri che ti sei sforzato troppo e sai che stai vivendo uno dei periodi più difficili della tua vita.
Guardi quella data immutata, lei, fissarti dal biglietto che ti brucia tra le mani. La odi e la maledici, perchè non doveva arrivare ora, non così. Perchè oggi non hai la forza di affrontarla e non sai da che parte iniziare, perchè oggi non è più come ieri.
Stai per cedere, per rimettere definitivamente via il biglietto e rinunciare alla tua data, alla tua giornata, al tuo pezzetto di vita. Poi pensi a Cave. Non al cantante australiano di fama mondiale, non a uno dei più grandi, potenti e devastanti scrittori viventi, no: pensi al Cave uomo. Pensi alle difficoltà della sua vita, pensi a cosa ha dovuto sopportare negli ultimissimi anni, alle sue perdite e ciò che può aver sofferto e stia soffrendo. Glielo devi, per tutto ciò che ti ha sempre dato, per tutta la parte di vita che ti ha cantato, per tutto l'amore che ti ha fatto conoscere. Se non lo vuoi far per te, lo farai per lui. Allora prendi il biglietto e ti metti in viaggio.
Un concerto del genere non lo si può capire leggendo le righe di un blog, nella stessa misura in cui non lo si può capire stando seduto su degli spalti. La magia, il rito, la celebrazione, la metamorfosi, la cura e la catarsi avvengono davanti al palco, nelle primissime file, ed è li che mi trovo, in seconda fila.
Sono stanco perchè non ho dormito, perchè il viaggio è stato lungo, perchè ho atteso l'inizio del concerto seduto a terra per due ore senza muovere le articolazioni inferiori e perchè il fardello che ho portato con me stasera è piuttosto pesante ed ingombrante e non mi riferisco unicamente al cappotto che sono costretto a tenermi sul braccio per tutto il tempo.
Quando Nick entra in scena, dopo i Bad Seeds, è come se tutto questo mi passasse davanti come un film, alla velocità della luce. Le mie resistenze si abbassano e appena sento la sua voce intonare il primo brano, le lacrime mi solcano già il viso. Sono felice di essere qui.
Le parole di Nick mi fan pensare al mio fardello, a chi avrebbe dovuto esserci e invece ha deciso di non esserci. Mi asciugo le lacrime. La musica sconvolge l'anima, Nick è così vicino e ora viene verso di noi, verso di me. Allungo piano una mano, lui afferra le mie dita e me le stringe; non le lascia.
In quel momento realizzo di aver fatto la cosa giusta, ma non perchè stia stringendo le dita di Nick Cave, ma perchè è lui a stringere le mie.
Nick ci ha convocati qui questa sera per una festa, che si può realizzare solo grazie alla nostra presenza. Nick ha bisogno di noi, come noi di lui. Tutto è studiato per un concerto che sia per Cave un vero e proprio bagno di folla, affinchè possa avvertire la nostra presenza, toccare con mano la nostra vicinanza, vedere la nostra partecipazione nelle lacrime che abbiamo negli occhi. Tieni stretta la mia mano, Nick, sono qui per te.
La serata è un susseguirsi di emozioni intensissime. I Bad Seeds sono uno spettacolo e basterebbero le facce di Thomas e le sfuriate schizofreniche di Warren per rendere unica la performance. La scaletta fa tremare i polsi. Nick ci cerca continuamente, si lascia andare sulla folla, si sporge sul bordo del palco e chiama a raccolta le prime file sotto di lui facendo segno con le mani: "C'mon, c'mon, c'mon, c'mon, c'mon, hey listen, listen...shhhh, listen". Si accovaccia, ti prende le mani, ti guarda negli occhi e ti racconta la sua storia, sussurrando nel microfono e improvvisamente..."pow, pow, pow, pow" esplode con un balzo e un grido che ti fanno trasalire e torna a ballare tra i Semi Marci, con un'intensità che sembra di esser tornati ai tempi di Tender Prey!
Frenesia e dolcezza sono equamente distribuite, tanto nei gesti, quanto tra le canzoni eseguite.
Vengono lanciati baci al pubblico e c'è tempo anche per uno scambio di calzini con un fan...
Gli encore sono devastanti, con Nick che corre tra la folla e spunta a tre quarti di palazzetto, sulle teste della gente, a condurci in un'esecuzione per mani battenti, su The Weeping Song, a cui segue un'interminabile Stagger Lee, durante la quale parte del pubblico viene invitata a salire sul palco per colmare ancor di più, se possibile, la distanza coi musicisti. Si chiude su una magnifica Push The Sky Away, con Nick che abbraccia uno spettatore e se lo tiene sulla spalla fino alla fine del brano: un gesto ancora una volta commovente. Non conosco i reali intenti di un testo come quello di Push The Sky Away, ma a me piace pensare che si riferisca a come talvolta, qualcosa di immensamente bello come il cielo, possa trasformarsi in un'entità troppo grande e sovrastante che finisce per gravare così tanto sulle nostre teste che rischia di schiacciarci e renderci dei piccoli insetti impotenti. Per quanto il cielo sia magnifico, a volte è semplicemente troppo grigio e pesante e allora bisogna trovare la forza di spingerlo via, solo per poter poi tornare ad ammirare di nuovo le stelle, "un'altra volta con sentimento".
Grazie Nick!

P.s.: A fine concerto i miei occhi ci mettono (involontariamente) due secondi ad individuare Ricky Tesio dei Marlene, che ovviamente avvicino per un saluto veloce. Peccato non esser riuscito ad incontrare anche Godano, visto che ci si era dati appuntamento...


















La scaletta recuperata a fine concerto (manca l'indicazione degli encore: The Weeping Song, Stagger Lee, Push The Sky Away)

domenica 5 novembre 2017

Paradise Lost @ Phenomenon - Fontaneto d'Agogna 28/10/17

A due anni pressochè esatti dal concerto lombardo del quintetto di Halifax, io e Dea ci rimettiamo in macchina alla volta della desolata periferia novarese per andare a prendere la nostra dose di mestizia musicale dispensata dai tristi Paradise Lost, che guarda caso giungono da queste parti sempre in questo periodo dell'anno, a loro così congeniale come atmosfera; la volta scorsa si erano palesati addirittura il giorno dei Morti...
Ironie a parte, allora eravamo andati a vedere un ottimo live di supporto ad un gran disco, The Plague Within, questa volta, invece, sarà l'occasione di sentire i pezzi del suo follow-up, il nuovissimo Medusa.
Il Phenomenon è un luogo lovecraftiano sperduto nei recessi del tempo e dello spazio, circonfuso di tenebra e gelo (e una cacchio di siepe che non te lo fa vedere quando ci passi davanti con la macchina!). Per fortuna un'enorme insegna (che comunque per un miope-astigmatico non è lo stesso di troppo aiuto, quando guida nel nero pece delle cateratte infernali), ci indica dove posteggiare il nostro mezzo, così che si possa avvicinarsi all'antro dello turpe culto de lo metallo. Un freddo porco!
L'attesa è lunga, ma finalmente dopo ere di atroci patimenti in mezzo alle malebolge metallare, le nostre anime stremate vengono accolte nello ameno loco, dove, ovviamente, ci si precipita immediatamente in prima fila, a sinistra. Mica un posto scelto a caso, eh!..
Atmosfera vagamente lynchiana. Il locale non è niente male, però sto freddo...datemi un bagno!
Torno dalla fossa dell'eterno fetore (scherzo, in realtà era tutto pulito!) che già il primo gruppo ha iniziato a suonare. Si, perchè stasera dovremo sorbircene due, prima di incontrare i Mastri di Cerimonia. Ok, si torna sotto al palco. Proviamo a sentire sti Sinistro, una band portoghese di doom psichedelico dalla fortissima impronta teatrale e dalle atmosfere oniriche. La cantante è una donna minutina, con una splendida voce, per altro, a cui piace inscenare attacchi epilettici e movimenti da perturbante marionetta rotta e posseduta, una cosa a metà strada tra le infermiere di Silent Hill e le movenze del Manson di Antichrist. Wow. Non so se ascolterei a casa un loro disco, ma dal vivo ti catturano, non c'è che dire. Malati, decadenti e sognanti, riescono a tenere splendidamente la scena e meritare il plauso di un pubblico ancora decisamente sparuto. Yeah, vai così. Vediamoci ora il secondo gruppo (oh, ma io ho voglia di vedere Greg, daje!!!).
Second act dedicato ai Pallbearer, che a mio avviso avrebbero fatto meglio a chiamarsi i Pallbreaker, se capite lo stupido gioco di parole...
Gruppo doom-de-doom-de-doom-de-sticazzi-doom americano, che ci frantuma, neanche troppo allegramente, gli zebedei per circa quarantacinque minuti, durante i quali se han suonato in tutto tre accordi è già tanto. Son così coinvolgenti che il mio pensiero è equamente diviso dalla volontà di essere nel mio letto sotto le coperte e la lista della spesa che devo fare la prossima settimana. E che due Pall! Levatevi un po' dalle pelvi e lasciate spazio a chi siamo venuti ad ascoltare! Che poi mi spiace anche essere così tranciante, ma porco di uno zio cantante, questi mi han davvero sfracassato i maroni e han vanificato ogni splendida atmosfera alla Blue Velvet creata dai piacevolissimi Sinistro. Ora, più che esser preso bene per i Paradiso Perduto, me ne vorrei tornare a casa...
Non si sentano offesi i merdallari che eventualmente leggano queste righe: abbiate misericordia per una persona che già ascolta poco metal, e che se proprio si deve far del male raramente frequenta il girone del doom.
Bando alle ciance: i nostri allegroni sono ormai sul palco e io mi ringalluzzisco subito ad essere ad un metro e mezzo da Greg, che è notoriamente uno dei miei chitarristi preferiti, anche adesso che ha la cresta e sembra uscito da Mad Max e ha delle movenze troppo keithrichardsiane che mi son del tutto nuove e che non apprezzo tantissimo.
Si apre con un pezzo di Medusa, seguito da un paio di ripescaggi presi da album a caso. Questa è più o meno la ricetta della serata, che da origine ad una scaletta che onestamente ho trovato priva di ogni senso logico: si passa da Tragic Idol a One Second, da Draconian Times a Symbol of Life, da The Plague Within ad Icon. Quelli elencati sono titoli di dischi e se avete un minimo di dimestichezza con la discografia dei PL, capirete che in scaletta ci sono stati dei continui accostamenti di brani dalle atmosfere completamente differenti l'uno dall'altro, con l'effetto di spezzare un continuum emotivo, al quale invece si punta quando si cerca di tirare giù una setlist per la serata. Il fatto che avessero due gruppi prima di loro sicuramente non ha aiutato, perchè ha compresso i tempi, quindi la scelta dei brani è stata sicuramente castrata, ma così facendo non si è dato risalto nè, alle cose più vecchie, nè a quelle più recenti, se non forse per i pezzi di Medusa. Probabilmente se tra il pubblico c'era un qualche spettatore che non conosceva i lavori dei PL ed era al suo primo ascolto, non ci avrà capito niente, tipo "ma alla fine che cacchio suonano sti qua?!...".
Boh. La performance nel complesso non è male, loro sempre dei fighi a suonare e li vedo anche presi un po' meglio rispetto allo scorso concerto, dove erano stati piuttosto glaciali...però, però, però...li ho preferiti di molto la volta scorsa. Forse più freddi, ma più "sul pezzo", più coerenti e godibili. Stephen (basso) è sempre più un walking dead: molle, pallido, viso inespressivo, sguardo perso nel vuoto, immobile. Probabilmente lo resuscitano con un defibrillatore ogni sera, poco prima di salire sul palco. Aaron (chitarra) potrebbe anche non suonare, che sarebbe un grande comunque, anche solo per il suo trasporto fisico e per come tiene la scena. Sorrisi e headbanging tutto il tempo. è il simpaticone del gruppo e davvero non si capisce che ci faccia in mezzo a sti cadaveri.
Il giovanissimo vampiro finnico Waltteri (batteria) si conferma un gran manico dietro le pelli! Uno spettacolo sentirlo suonare: eleganza, fantasia, tecnica e precisione. Impeccabile, non mi fa rimpiangere il vecchio Morris, che adoravo.
A Nick (voce) vogliamo bene, ma abbiamo ormai capito che riesce a cantare solo in studio; dal vivo è piuttosto triste ed è sempre peggio. Un peccato, perchè due anni fa ancora nutrivo qualche speranza, dopo le splendide prove su disco e la performance live non proprio da buttare via.
Gregor (chitarra), che dire? Si è intamarrito, fa delle pose strane, nell'ultimo disco non brilla per composizione e fantasia, ma alla fine è sempre Greg, e lo si ama! Quando supera la spia e fa un passo avanti sul palco e mi punta il terminale della chitarra sul naso sembra sia li per suonare solo per me (capite ora il motivo della scelta della postazione sotto al palco?) e questo, da solo, vale il costo del biglietto, per altro gentilmente offerto da Dea.
Contento di aver sentito finalmente Embers Fire e ovviamente As I Die, che però si è persa in mezzo ad altri pezzi che c'entravano poco a livello di atmosfera, o forse andavano anche bene, ma non si era creato precedentemente il giusto climax in grado di esplodere nel riffazzo di Greg. Mancano davvero troppi brani importanti, uno su tutti True Belief, che però stanno mettendo in scaletta in questo tour, se ricordo bene alternandola a Embers Fire. Non lo so, secondo me dovrebbero farle entrambe e se quella è la direzione che vuoi dare al live, magari levi un brano come Erased, che per quanto piacevole non c'entra assolutamente niente col gothic. La voglia di fare una sorta di best of per un gruppo come i PL non paga molto, perchè han fatto lavori troppo diversi tra loro e si rischia di creare un minestrone davvero troppo poco coerente. Io preferisco sentire qualche pezzo in meno ma avere un'esperienza di ascolto che possa svilupparsi su un percorso emozionale che abbia una sua logica e un suo svolgimento graduale, piuttosto che zompettare di qua e di la tra brani completamente slegati.
Il momento più bello? No Hope In Sight. Anche se è solo del penultimo disco, questo pezzo è per me ai livelli delle cose più belle di Icon e viene la pelle d'oca ogni volta che lo si sente. Mamma che brividi, veder Greg quasi a portata di braccio produrre quelle vertigini sonore che sono il suo marchio di fabbrica e che me lo fanno amare.
Ed in effetti, i giorni successivi al concerto, più che i pezzi di Medusa sono andato a ripescarmi The Plague Within. Onestamente non ho neanche il desiderio di parlarvi di Medusa, perchè l'ho trovato troooooppo noioso. Ma poi tra di voi c'è qualcuno che ascolti sto benedetto gruppo?...
Oh, ma quanto ho scritto? Pensavo che non avrei buttato giù più di quattro o cinque frasi...
Sorry!

Le foto sono mie e di Dea.

martedì 17 ottobre 2017

Deftones @ Fabrique - Milano 21/04/17

Dopo essermi perso il live del 2016 ed essermi mangiato le mani per mesi, non potevo non essere presente a questa seconda data dei Deftones in Italia. Questa band è stata, ed è ancora, ormai da anni, una delle colonne sonore principali delle mie giornate. Scoperti all'epoca di Around The Fur (1997) e frequentati solo di rado, a causa di due amori che all'epoca avevano monopolizzato i miei ascolti (Marilyn Manson e Korn), han continuato per molti anni a bruciare il loro magico fuoco sotto le ceneri di un genere che col passare del tempo si era andato quasi a spegnere; sino a questo evento.
In tempi piuttosto recenti, ascoltando una playlist nu-metal, incappai in Digital Bath: il fuoco aveva ricominciato ad ardere con antico vigore e quel pezzo mi aprì le porte del tempo e dello spazio, risucchiandomi in un vortice abbagliante di melodia, tenebra e luci caleidoscopiche. Ero destinato ad amare i Deftones, prima o poi. Koi no yokan.
Il Fabrique è stracolmo, davvero non ci entrerebbe più uno spillo. Io e Dea siamo più o meno posizionati entro la quinta fila. L'Adrenaline è davvero alle stelle e si sente la tensione del pubblico che sale dal pavimento. Energia e devozione sono presenti e pronte ad investirci prima ancora dell'inizio. Una grande atmosfera!
Improvvisamente una sorta di drone parte dagli amplificatori e il palco esplode in un intenso biancore nucleare. Chino sale sul palco, il pubblico è in delirio, i Fichitones attaccano con Korea, da White Pony, il loro disco più importante e da moltissimi considerato il migliore. Mi chiedo se la scelta sia in qualche modo collegata alle operazioni missilistiche messe in atto da quella nazione in quegli stessi giorni, ma non ho troppo tempo di starmene li a pensare. Al primo accordo di chitarra, Dea mi tocca la spalla dicendomi "ok, ci vediamo dopo al lato del palco" e scappa. Difficile biasimarla: la pressione è talmente selvaggia che si fa davvero fatica a respirare e stare tra le prime file è un delirio.
Tutto il primo brano è una lotta per la sopravvivenza e quando, senza soluzione di continuità, parte Elite, le cose non fanno che peggiorare. Ho già i piedi del tipo che mi stava di fianco sulle mie spalle, la gente fa crowd surfing e il mosh pit è spaventoso. Chino alla prima strofa del pezzo è già tra le braccia della folla. Io non ho più fiato, nè l'età e la voglia per poter sopportare ancora la pressa umana. Avessi una quindicina d'anni in meno e non indossassi gli occhiali sarebbe anche divertente, ma così non ha senso: vorrei godermi un po' del concerto. Tiro qualche gomitata, spingo e sfondo, mi apro un varco e alla fine mi ritrovo sotto al palco, di lato, inspiegabilmente esattamente di fronte a Dea, che ha ancora il panico negli occhi che si va a sommare alla mia incredulità. Non ci posso credere: mi aspettavo un po' di movimento, ma siamo lontani dai tempi di Adrenaline, pensavo che anche dal vivo si fossero dati una calmata; una roba del genere non l'avevo preventivata, nè vista prima, neanche ad un live dei Megadeth!...
Cerco di tirare il fiato. Siamo sotto Sergio (basso), che ci delizierà con una performance fisica ed emotivamente carica tutta la serata: grande presenza che fa da contraltare all'immobile Stephen (chitarra), che così angolati, comunque, non abbiamo modo di vedere molto bene. Evvai: ottima posizione, grande visuale e un po' di quiete. Ok, possiamo iniziare a capire dove diavolo ci troviamo. Mi sembra di essere scappato dal laboratorio di uno scienziato pazzo e la mia fuga per la salvezza è stata accompagnata dalle urla di Chino, che sbraita nel mic "When you're ripe, you'll bleed out of control..."
Buio, per un paio di secondi.
Chino in piedi sulla spia: "To the edge till we all get off..." Brividi da tutte le parti: Diamond Eyes è uno dei pezzi che aspettavo maggiormente di sentire. Il primo regalo della serata, un viaggio tra le orbite di pianeti lontani, in cerca di uno spirito gemello. Perfettamente inghiottito nel buio e nel suono. Gioia!
Il Fabrique si tinge di rosso ed è la volta di You've Seen the Butcher. Atmosfera malata tipica di un certo filone del gruppo.
Alla fine del brano le silhouette dei musicisti compaiono dal buio tagliato da fasci di luce bianca/azzurra. Chino ha imbracciato la sua SG: Tempest giunge travolgente come una cascata di riverberi e gioia. Si respirano il vuoto e la pioggia, si diventa parte di un fulmine e ci si fonde nel cielo, mentre si balla all'unisono. Magnifico pezzo tratto dal mio disco preferito, Koi No Yokan.
I feedback di chitarra ci tengono ancora appesi dalle spalle, quando si riversa su di noi Swerve City, la traccia che apre proprio Koi No Yokan. Una strana inversione: se ricordo bene generalmente suonavano prima questa e poi Tempest. Ma chi riesce a pensare? Siamo tutti con le mani alzate e si urla a squarciagola "They travel through the air!!!" mentre non si smette di saltare. Mentalmente dedico il pezzo proprio a loro che sono sul palco: sono loro, per me, a "viaggiare attraverso l'aria".
Chino ringrazia il meraviglioso pubblico (come dargli torto?) e attacca con Gore, pezzo che da il titolo al loro ultimo album, una delle tracce più dure ed oscure di questo lavoro, che viene seguita da (L)MIRL, sempre dallo stesso disco.
La successiva è Kimdracula, un pezzo che ammetto di non conoscere, essendo tratto da un album che mi ha entusiasmato davvero poco.
Si ritorna alle stesse atmosfere di Tempest, con le stesse luci che illuminano il palco. Si ritorna a Koi No Yokan. Chino esegue sulla sua SG il riff iniziale di Rosemary. Grazie, ragazzi, mi volete bene! Un capolavoro di vertigine, siamo rapiti da colori e ombre, forme geometriche e luci nel buio cosmico, nel gelo siderale che ti infiamma la pelle e l'anima: "Time-shift, we discover the entry to other planes. Stay with me as we cross the empty skys". Che dire? Lacrime di commozione.
Appena il pezzo termina e riprendiamo contatto con questa misera terra, Chino ricorda di quando vennero in Italia per la prima volta nel '98, per promuovere il loro secondo disco Around The Fur, e di come all'epoca avessero all'attivo appunto un altro disco, Adrenaline, datato '95: non sa dire quante volte abbiano suonato vecchio materiale di quei giorni, ma stasera l'intenzione è quella di riprovarci.
E questo, per chi aveva ancora dei dubbi, mette in chiaro che la band stia spingendo molto l'acceleratore suoi pezzi più energici e violenti del suo repertorio. Personalmente preferisco la loro veste più "melodica" e "recente", non essendo un gran fan del primo disco, che comunque presenta dei gran pezzi. Di quel periodo preferisco decisamente le prime cose dei Korn.
Fisicamente i ragazzi fanno comunque impressione: un set tiratissimo dove non si concedono pause e pestano come dei dannati. Chino non si risparmia un attimo e tiene uno show da brividi tutto il tempo, se pur privilegiando l'interpretazione proprio di quei brani più aggressivi e scivolando sulle parti più melodiche, che però, va detto, sono tecnicamente più difficili da rendere oggi in un live impostato in questo modo. Mi godo a distanza il mosh pit e il crowd surfing su Minus Blindfold e Teething.
Ancora con un sacco di Adrenaline addosso, Abe ci introduce il pattern di batteria di Digital Bath.
Siamo immersi nel verde e ci facciamo un bagno con il cavo di una lampada. è il pezzo che per certi versi mi ha portato qui stasera: sono incredibilmente emozionato, ma l'interpretazione non è delle migliori, purtroppo, proprio a causa della voce di Chino e dei mancati falsetti isterici che rendono così malato e mitico questo pezzo e che qui vengono malamente riprodotti. Anche se è un po' buttata via, "I feel like more, tonight..."
Change (In the House of Flies) entra sulla coda di Digital Bath, creando una doppietta da infarto.
Questa è suonata alla grande, a parte Frank che è lento a far partire il campione che apre l'intro del pezzo e un po' spezza la magia. Svista a parte, sentire dal vivo Change è magnifico, incredibilmente coinvolgente, straziante per quanto sia bello. Ripensiamo a tutte quelle volte che più di quindici anni fa la ballavamo al buio dei locali che frequentavamo. Allora, per me, l'arrivo di questo pezzo e di Falling Away From Me dei Korn, rappresentava la parte più bella della serata.
Chino è estasiato dalla risposta del pubblico, che è davvero impressionante, poche volte ho visto qualcosa del genere: un unisono di movimento, gioia e partecipazione.
Non si prende fiato e dopo la doppietta magica, continua il filotto da ictus con Be Quite and Drive (Far Away). Chino si avvicina alla parte del palco dove siamo noi e ho proprio l'impressione che incroci il mio sguardo, quando cantiamo insieme la prima frase del pezzo "This town don't feel mine" e entrambi alziamo davanti a noi il dito indice ad indicare la negazione. Perfetta sincronia, su uno dei miei brani preferiti. Sono completamente dentro al pezzo, sono dentro il mio iPod, sono nella mia testa, loro sono in me e io in loro. Grazie, Fichi! Macinare questo brano in cuffia e poi poterlo cantare con voi non ha prezzo. Portatemi via con voi, lontano, "I don't care where, just far!"
My Own Summer (Shove it). Il Fabrique ci crolla in testa. Potete non conoscere i Deftones, ma questo pezzo sicuramente l'ha sentito chiunque. Recuperatevi almeno la colonna sonora di Matrix!
Beh, questo lo suonavamo, quando ancora sedevo dietro le pelli e i Korn erano il nostro punto di riferimento. Forse qualcuno che legge se lo ricorda ancora... Sono passati vent'anni. Ma eccoci qua.
Quarto pezzo di un poker che ha sicuramente fatto la gioia e tolto il fiato ad ogni spettatore di questa sera!
Headup chiude il main set, con un'altra botta di violenza. Chino continua a saltare da una parte all'altra e quando sale in piedi sulla spia, con il microfono intorno al collo, fissa il pubblico davanti a sè sorridendo, allungando un braccio, puntando l'indice verso il basso e facendolo roteare in un chiaro invito rivolto al mosh pit, che di certo non tarda ad essere accolto. Paz-ze-sco!
Piccola pausa (l'unica della serata!) prima degli encore.
I Fichi ritornano sul palco per eseguire Back to School (Mini Maggit), una scelta che un po' mi spiazza, perchè so che la versione rap di questo pezzo non è mai stata nelle loro corde, rispetto all'originale presente su White Pony, e spesso l'abbiano considerata una forzatura voluta dalla produzione, in un momento di transizione del gruppo, proprio quando stava abbandonando quel tipo di attitudine per intraprendere nuove strade. Oggi come allora suona una concessione un po' forzata ad una fase primordiale che per certi versi "si sente" di dover omaggiare.
Violenta anche la chiusura, affidata alla più recente Rocket Skates.
Io sono morto, davvero, ma goduto come sempre meno mi capita di essere ad un live.
Non vedo l'ora di rivederli, di ricondividere con loro e con un pubblico così caloroso la magia di una performance strepitosa di un gruppo che a distanza di più di vent'anni è ancora in formissima e ha saputo passare la prova del tempo, reinventandosi, non seguendo le mode e creando un sound assolutamente unico, senza nascondere le importanti influenze che hanno contribuito a forgiarlo.
Stracontento di questo live e della scaletta, che in origine sembra prevedesse anche il primo singolo tratto da Gore Prayers/Triangles, magnifico pezzo purtroppo lasciato fuori, così come non son stati suonati altri tre brani che erano nella mia wishlist della serata: Hole in the Earth, Sex Tape e Entombed. Pazienza, sarà per la prossima; nel frattempo,
"God bless you all for the song you saved us".


venerdì 6 ottobre 2017



"Hast du etwas Zeit für mich?
Dann singe ich ein Lied für dich,
von 99 Luftballons
auf ihrem Weg zum Horizont.
Denkst du vielleicht grad an mich?
Dann singe ich ein Lied für dich
"
 
Nena, 99 Luftballons


lunedì 18 settembre 2017

"That's me in the corner
That's me in the spotlight
Losing my religion
Trying to keep up with you
And I don't know if I can do it
Oh no I've said too much
I haven't said enough
"

R.E.M., Losing My Religion

sabato 16 settembre 2017

"Like the coldest winter chill
Heaven beside you, hell within
"
 
Heaven Beside You, Alice In Chains

martedì 25 luglio 2017

Playlist casalinga

La scorsa settimana ero a casa di V e in un momento di quiete domestica, mentre io come al solito mi fondevo col divano e lei era intenta a stirare, decidiamo di farci cullare dalle dolci note della prima delle nuove playlist di RN. Tra l'altro, vi è piaciuta? L'avete sentita? Commenti?...
Finito il nostro viaggio nei paludosi e malsani territori del southern sound, V mi dice "Bella, ma secondo me dovresti pensare a qualcosa per noi che facciamo le faccende domestiche e che ci accompagni nei lavori di casa". Bella, dico io, a parte che ti avevo detto che questa playlist andava ascoltata di notte, con le finestre aperte a le candele accese, e non con un ferro da stiro in mano in pieno pomeriggio con 62 gradi, ma comunque sfondi una porta aperta: io sono una perfetta massaia ed è un attimo che ti tiro giù la playlist casalingua...
Ed ecco come una bella idea si concretizza in più di due ore di musica pensate appositamente per voi che ramazzate, stirate, rassettate, spolverate, riordinate, stendete e lavate.
Godetevi la playlist tutta da ballare con lo swiffer in mano; siete autorizzati a sculettare anche in cucina mentre cantate nel bastone della scopa, tanto lo so che lo farete.

Per chi avesse ancora problemi a trovare la playlist o ad accedere a Spotify, ricordo che la cosa più semplice da fare sia cliccare sul simbolino di condivisione presente in alto a destra sul widget, cliccare su condividi link e copiare il tutto sulla barra degli indirizzi del browser: vi porterà dritti dritti alla playlist. A quel punto dovete fare solo il log in, a meno che non siate già dentro Spotify.
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