venerdì 13 aprile 2018

"Late at night I wanna see you
Well my eyes, they begin to fade
Am I just living in the space between
The beauty and the pain?
And the real thing
"

The War On Drugs, Strangest Thing

giovedì 29 marzo 2018

Russian Circles @ Santeria Social Club - Milano 04/03/17

I Russian Circles sono tra i gruppi più interessanti che abbia scoperto e amato negli ultimi tre anni. Scovati per caso ascoltando una playlist di post-rock su Spotify, hanno da subito attirato la mia attenzione e hanno fatto in fretta ad imporsi come colonna sonora di molte delle mie giornate di quest'ultimo incasinatissimo pezzo di vita. Mi è bastato vedere un paio di video di live in studio postati sul loro canale del Tubo per capire che questo trio di Chicago andava visto in concerto, prima o poi. Tuttavia le mie speranze erano ridotte ai minimi termini: non avrei mai immaginato che un gruppo per certi versi così di nicchia si potesse spostare oltre i confini americani, ma invece, una mattina di fine 2016, se ricordo bene, la notizia di un loro concerto a Milano mi riempì di una gioia inaspettata e corsi immediatamente a comprare i biglietti.
Il Santeria Social Club si trova in una zona a me completamente sconosciuta del capoluogo lombardo; interessante la struttura, preoccupante la tipologia degli avventori: hypster ovunque. Tutti con lo stesso taglio di capelli impomatati, barbe lunghe e curate, bretelle e camicie a quadri. Comincio a sospettare di essere finito in una zona universitaria, magari vicino alla Bocconi. Apro la mappa sul cellulare e ne ho la conferma: siamo esattamente in zona Bocconi. Cosa potevo aspettarmi di diverso? Del resto il post-rock, che va così di moda in questi anni, han un fortissimo seguito hypster-fighetto-figli di papà-finto alternativi-sui giovani d'oggi ci scatarro su. Pace, non avrò l'abbigliamento adatto, ma conosco tutti i lavori del gruppo e la voglia di sentirli è davvero tanta.
I Russian sono un trio davvero eterogeneo: Mike Sullivan (chitarra) è un omino magrissimo dalla faccia seria e scavata, capelli lunghi e baffetti, fasciato in attillati jeans scuri, camicia marrone e giacchetta di velluto.
Brian Cook (basso) è un omone a metà strada tra un hypster e un vecchio skinhead: stivali, jeans, camicia, bretelle, capelli e barba hypster.
Dave Turncrantz (batteria) sembra un indio incrociato col David Gilmour del Live at Pompeii: lunghi capelli continuamente svolazzanti sospinti da un ventilatore posto vicino alla batteria, perennemente in funzione.
Insieme, creano un impasto sonoro magnifico che rapisce e fa viaggiare per tutta la durata dell'esibizione.
Un live decisamente particolare sotto molti punti di vista, difficile anche da descrivere, perchè interamente basato sulle suggestioni create dalla musica evocativa del gruppo, piuttosto che dallo spettacolo visivo di ciò che avviene sul palco.
La band si esibisce quasi completamente al buio: le uniche luci presenti sono i piccoli led di servizio posti sulle pedaliere del basso e della chitarra e dei fari arancioni posizionati dietro la batteria, a contrastare la silhouette di Dave, che si muove sicuro e potente sulle pelli, continuamente avvolto dal suo crine corvino.
Totale assenza anche di microfoni: i Russian non cantano, non fan cori, ringraziano con un gesto della testa e salutano con un movimento della mano, senza mai aprire bocca. Può sembrare un dettaglio, ma vi assicuro che silenzio e oscurità sono due ingredienti molto peculiari in un live, che generalmente fa dei giochi di luce e dell'interazione col pubblico uno dei suoi caratteri distintivi e classici. Proprio per questo è difficile parlare di un concerto del genere: si possono chiudere gli occhi per un'ora e mezza e abbandonarsi all'esecuzione del gruppo, totalmente rapiti dalla musica, lasciandosi trasportare dalla propria immaginazione e dalle sensazioni provate senza l'ausilio di orpelli artificiosi.
In seconda fila, perfettamente allineato con la cassa di Dave, al suo primo tocco di pedale i miei organi si scompongono. I bassi sono così esageratamente potenti che i pantaloni mi si attaccano alle gambe a causa della pressione sonora creata.
Lo stile di Mike prevede la stratificazione costante di loop di chitarra che registra e sui quali suona creando castelli di note distorte, riverberate, ritardate, sfasate, ora taglienti e pesanti come macigni, ora liquidi e morbidi come fasci di luce. La struttura armonica è gestita da Brian che talvolta imbraccia una chitarra baritona e usa un controller a pedali per riprodurre il basso. Mike lo segue, arpeggia, fa accordi e spesso crea riff in tapping, che è un po' il suo marchio di fabbrica. Le accordature sono aperte e cambiano a seconda dei brani eseguiti. Il sound, così stratificato, è incredibilmente avvolgente e sembra provenga almeno da tre chitarre differenti. A fine live faccio una foto della pedaliera di Mike, che è semplicemente impressionante: più di venti stomp-box tra tuner, booster, overdrive, distorsori, loop station e un'infinità di effetti di modulazione e d'ambiente. Ci vuole una grande abilità per gestire con precisione le sovraincisioni che crea in tempo reale tenendo conto dei vari loop e degli effetti in delay.
Il gruppo è sempre stato accolto positivamente dalla critica perchè è riuscito a trovare un certo bilanciamento tra le atmosfere dilatate e morbide del post-rock, con quelle più dure e aggressive del post-metal.
La scaletta, composta da dieci pezzi, si concentra purtroppo un po' troppo sull'ultimo lavoro e su alcuni altri brani dei dischi più recenti, che forse sono anche i meno riusciti e coinvolgenti, lasciando fuori tutti i brani del primo loro album, che a mio parere è anche il più bello: Enter.
Il pubblico apprezza maggiormente i pezzi più vecchi, come Harper Lewis e Youngblood, che sono anche gli unici momenti in cui l'impassibile espressione concentrata di Mike si lascia sfuggire qualche mezzo sorriso e delle pose di abbandono a ciò che sta suonando. Impeccabili, comunque e assolutamente da vedere e da scoprire, se ancora non li avete mai sentiti. Davvero dire di più non si può, sarebbe come tentare di spiegare una colonna sonora ad un sordo: è un viaggio che si deve fare per capirlo.
Se vi piacciono le atmosfere dilatate condite da una base che attinge a certe dinamiche metal non lasciatevi scappare i lavori di questo gruppo e se li vedete in cartellone da qualche parte per voi facilmente raggiungibile non esitate e andate a vederli.
Vi consiglio ancora una volta di ascoltare almeno Enter, il disco d'esordio, di ormai dodici anni fa.

lunedì 19 marzo 2018

"Wise men say only fools rush in  
But I can't help falling in love with you"
 
Bruce Springsteen / Elvis Presley, Can't Help Falling In Love

martedì 20 febbraio 2018

"If love is blind I guess I'll buy myself a cane"

Guns N' Roses, Locomotive (Complicity)

domenica 18 febbraio 2018

Giovanni Lindo Ferretti @ Hiroshima Mon Amour - Torino 06/04/17

Ancora una volta nella pancia dell'Hiroshima, locale storico di Torino dove si è assistito a tanti concerti memorabili sin dalla nostra più tenera adolescenza. Ancora una volta qui, con la voglia di lasciarsi incantare dalle emozioni suscitate da uno dei più grandi parolieri del nostro paese, colonna portante della musica italiana, colonna sonora di tanti anni delle nostre vite: Giovanni Lindo Ferretti, o se preferite, Ferretti Lindo Giovanni, per gli amici, Mastro Lindo.
Sono passati più di dieci anni dall'ultima volta che ho avuto il piacere di vederlo dal vivo; allora cantava nei PGR, ultima incarnazione di quel consorzio di suonatori indipendenti che negli anni '90 rispondeva al nome di CSI, gruppo nato dalle ceneri dei CCCP, che all'inizio di quella magica decade si era fuso con parte dei Litfiba. Ma penso che la storia più o meno la conosciate già tutti.
I concerti dei CSI li porto ancora adesso nel cuore come dei momenti di altissima poesia e sterminata emozione; le liriche di Ferretti hanno il potere di affascinarmi tutt'ora e di risultare ancora così potentemente attuali, che un appuntamento del genere era irrinunciabile. è il mio secondo concerto con V. Non so esattamente come sarà rivedere dopo tanto tempo Mastro Lindo, ma una cosa è certa: sarà una serata memorabile.
Il buio avvolge il pubblico sempre più nervoso da ormai più di mezz'ora. Il tempo passa, passa l'orario previsto di inizio concerto e il brusio nella sala cresce. Passa forse un'altra mezz'ora e sul palco non si vede ancora nessuno. La gente comincia ad essere preoccupata che Ferretti, famoso per non essere esattamente il ritratto della salute, possa non presentarsi. Io, al buio, mi godo il momento, l'attesa, la compagnia, l'impazienza ingiustificata degli astanti.
Ferretti non è una rock star e non sale sul palco per timbrare il cartellino; è un montanaro, una sorta di eremita allevatore di cavalli, è completamente avulso dalle logiche di mercato e dagli obblighi imposti dalle esigenze, dal tempo e dallo spazio. è sceso a valle, in questa tabula rasa tutt'altro che sterile e igienica, ex-unità di produzione, per portarci un soffio di lentezza e compassionevole contemplazione sulle miserie del mondo. Lui può, lo ha sempre fatto, a maggior ragione oggi ne ha facoltà, lui che certe cose le ha sempre dette e ancora le ribadisce, nonostante le critiche di infedeltà alla "linea", a quell'ortodossia così ferocemente sbandierata negli anni ottanta. Siamo noi che non lo abbiamo ascoltato. Le sue parole sono ancora tremendamente valide: la linea, non c'è mai stata.
Capelli rasati, una piccola cresta, stivali, un gilet sopra una camicia dalle tonalità spente, pantaloni militari, le mani sprofondate dentro le tasche. Un abbozzo di sorriso compiaciuto, una rigidità statuaria e marziale che lo accompagnerà per tutto il set. Vino, sigarette e leggio come strumenti. Lo accompagnano due ex-Üstmamò alle chitarre, al basso e talvolta al violino.
Il buon Ferretti è sempre lui, quella voce cavernosa, annoiata e al contempo isterica, lugubre e romantica è sempre la stessa e quelle parole...
I tre spesso pacioccano con le basi, con gli attacchi, talvolta sono un po' scollati e scardinati e lo stesso Giovanni incespica qua e la nei suoi testi torrenziali che rigurgita dalle pieghe del passato a tratti con lentezza catatonica e ipnotica, in altri momenti a velocità fulminea. Le canzoni sono spesso riarrangiate e infarcite di nuove strofe, letture, pensieri, moniti, citazioni e manifesti di un tempo che non c'è più, ma che è ancora tra noi, come uno zombie. I brani talvolta si accavallano e si scambiano i versi, si richiamano, si compenetrano in una liturgia che ha del malinconico per la sua natura di revival socio-politico delle nostre coscienze, ma la cui lucidità è tuttora disarmante.
Ai brani appartenenti alla sua carriera da solista si affiancano una manciata di pezzi del periodo CSI, tra i quali l'apocalittica Cupe Vampe e il loro capolavoro assoluto, Irata, ma la parte più grande della scaletta è dedicata al repertorio CCCP. Amandoti, Oh! Battagliero, Curami, And the Radio Plays, Depressione Caspica, tanto per darvi un'idea. Reminiscenze che danno i brividi e che sconvolgono il cuore quando si giunge ad Annarella, a mio parere una delle canzoni italiane più belle che siano mai state scritte.
Ferretti è solo sul penultimo pezzo, Emilia Paranoica, che decide di cacciare le mani fuori dalle tasche e abbandonare la sua rigidità da stilita per perdersi nel suo classico ballo da incantatore di serpenti. è una gioia vederlo danzare, anche se le parole ci piovono nelle orecchie come quelle bombe esplose su Beirut alle quali si fa riferimento nel testo.
Sul finale siamo noi a ballare, anzi, a pogare: i bombardieri su Beirut lasciano lo spazio ai caccia sovietici di Spara Jurij e anche se non ci sarebbe nulla di cui essere allegri, perchè allora i morti furono quasi trecento, il brano è ormai (o forse lo è sempre stato) un omaggio al più genuino punk italiano e, potere della musica, si tramuta in una festa di gente che ha solo voglia di divertirsi, ballare e ringraziare Mastro Lindo che è venuto a portarci ancora una volta il suo "verbo", un po' impolverato, talvolta autoreferenziale, ma sempre gradito. è un po' come ascoltare i vecchi racconti del nonno... Non tutto si trasforma in insegnamento, ma ogni parola è ammantata dalla magia del vissuto di un tempo lontano, che magari non abbiamo neanche conosciuto, ma che in qualche modo c'è stato tramandato e ce lo ritroviamo nel sangue e nel DNA, o nel cuore, come quando torniamo con la mente alle parole di un brano come Annarella.
Grazie, Giovanni.

giovedì 1 febbraio 2018

St. Anger

St. Anger, è inutile dirlo, è lo scheletro nell'armadio nella discografia dei Metallica, senza troppi giri di parole, è un disco che proprio non piace. Ora, sarebbe interessante capire perché non piaccia. I più diranno che è semplicemente noioso, altri perché suona male e Lars ha usato un set di pentole per registrare la sua batteria. Sono d'accordo con la prima affermazione, il disco non brilla di spunti di creatività, è lungo e il suo ascolto non è proprio semplicissimo. Per quanto riguarda la seconda affermazione, pur riconoscendo l'infelice idea di suonare il rullante con la cordiera abbassata e scegliere di privilegiare il suono più naturale possibile del set di Lars, senza troppa produzione in fase di missaggio, beh rendo merito al coraggio del batterista danese e generalmente cerco di spostare l'attenzione su altri due dischi che soffrono di problemi di produzione, ma per i quali il giudizio dei fan è ben diverso: ...And Justice for All e Death Magnetic. Il primo dei due album citati, non è un segreto, è da sempre il mio preferito, anche se è evidente come la produzione sia stata disastrosa (proprio perché seguita troppo da vicino sempre da Prezzemolars); ho preso diverse volte le difese di Jason, ingiustamente attaccato dai merdallari incompetenti di turno (leggi qua), ma non ho mai dovuto convincere nessuno che, nonostante le porcate fatte al banco del mix, questo sia un album epocale. Per quanto riguarda invece Death Magnetic il discorso è inverso: sappiamo tutti come i giovani amanti del metallo avessero gridato al miracolo della resurrezione dei Quattro Cavalieri proprio in funzione di questo disco, che "ricordava così da vicino i vecchi lavori della band, soprattutto Justice...". Poverini, partendo dal presupposto che stiamo confrontando quelli che personalmente considero essere i due estremi opposti della carriera dei Metallica, quindi il loro album più figo e massiccio e...e...e...quell'altra robaccia la con la bara in copertina, l'unico punto di contatto che ci possa essere tra i due lavori sono proprio i difetti di (post)produzione: Merd Magnetic è stato così compresso in fase di mastering (non lo dico io, andatevi a vedere lo spettro delle onde sonore delle singole tracce), che quando lo ascoltate in cuffia sembra di sentire una scorreggia ad alto volume per 75 minuti di seguito, cacofonia prossima al white noise; e badate che non sto parlando di qualità musicale e di ciò che i quattro han suonato, ma di come "suoni" sto schifo di disco, che altro che loudness war, sta roba è una bomba all'idrogeno per le orecchie, una porcheria che un bambino di otto anni con Pro Tools avrebbe fatto meglio. Però piace! Perché? Per lo stesso reale motivo uguale e contrario che porta a dire ai merdallari che St. Anger faccia schifo: in Death Magnetic ci sono gli assoli (woaaaah!), in Anger no (booooooo!!!!).
Ribadisco: il metallaro capisce un cazzo di suoni, perché s'è sfondato, se va bene, per vent'anni le orecchie e il cervello sempre con la stessa musica (il metal, ovviamente) e non ha termini di paragone col quale poter capire anche solo vagamente il concetto di dinamica. Al metallaro non frega un cazzo che un disco suoni male, fintanto che ci butti dentro gli assoli. L'equazione è semplice: no assoli = disco di merda (mmm...che scusa troviamo per giustificare sta cosa da un punto di vista tecnico? Ah, si: suona male!); sì assoli = yeah, let's rock, sto disco spacca di brutto!
Ora, perdonate l'ironia di quanto detto, ma mi vien facile prendermela coi poveri amici merdallari che tutto sanno e un cazzo capiscono, ma c'è da dire anche che St. Anger non sia piaciuto semplicemente perché, che lo si voglia o meno, suona tutto tranne che come un disco dei Metallica. St. Anger è il risultato del periodo di riabilitazione di James Hetfield dai suoi problemi con l'alcol e la gestione della rabbia. è uno sfogo, puro e semplice. I testi sono uno sguardo verso l'interno fatto dallo stesso James, che ha messo nero su bianco il suo percorso di allontanamento da un atteggiamento auto-distruttivo e ha focalizzato quali potessero essere gli elementi che l'avrebbero aiutato ad essere un uomo migliore, diverso, anche come musicista. Il "processo" di autoanalisi e autocritica è subito evidente da una frase come "I'm judge and I'm jury and I'm executioner too", ma il metallaro non se ne accorge, perché non presta attenzione ai testi e se lo fa e legge una roba del genere, o peggio ancora ciò che Jamez scrive in My World o Unnamed Feeling (sempre da St. Anger, ovviamente), non ci si riconosce e non lo condivide, oltre a non capirlo. E anche qua la motivazione è semplice: nella stragrande maggioranza dei casi, "il nemico" nei testi metal, è esterno alla voce narrante, la rabbia è indirizzata a qualcuno in particolare o al resto del mondo intero. Il metal è la musica della ribellione e del riscatto, della presa di posizione, è la colonna sonora di "me contro il mondo bastardo", è, insomma, una musica dura per i duri. Non voglio sembrare troppo semplicistico, perché il metal è enorme a livello di sottogeneri, ma se è di thrash che stiamo parlando, beh, No remorse o Metal Militia non sono esattamente dei delicati esempi di introspezione ed esistenzialismo...
Quando quindi la prospettiva cambia e dall'esterno il focus si sposta all'interno e ciò che viene messo in discussione non è più tanto il resto del mondo, ma la natura stessa di chi canta, non con fare granguignolesco, tanto per restare aderenti ai cliché del genere che usa metafore come il vampiro, l'uomo lupo, lo zombie etc, ma con una reale volontà di parlare di un senso di disagio, di sofferenza e di inadeguatezza, si crea un cortocircuito nella mente dell'ascoltatore metal, che proprio non le vuole sentire ste storiacce strappalacrime, ste lamentele da femminucce col ciclo. Ridateci subito gli assoli e Seek & Destroy, che dobbiamo andare a spaccare qualche cranio in giro... (non fraintendetemi, vi prego, anche io adoro quei pezzi!). Il punto è che i Metallica non sono affatto nuovi a questo genere di narrazione personale conflittuale e problematica: Fade to Black dice niente? "Si, ma quella gli assoli ce li ha ed è estratta da Ride the Lightning! Che gli vuoi dire ad un disco cosi?" Niente! Se non che è il disco che preferisco dopo Justice!
Per chiudere, il reale "problema" di St. Anger non è tanto che sia troppo lungo o noioso, che suoni male o che non abbia assoli, ma che TUTTI i pezzi, siano frutto di una riflessione autoanalitica che suona come una ammissione di colpa che fa troppo a botte col concetto stereotipato di metal.
Detto questo, pur non rientrando neanche tra i miei dischi preferiti dei Metallica, Anger lo preferisco millemila volte a Death Magnetic, assoli o non assoli, so fucking what!
Ci sono degli ottimi pezzi, che non mi frega niente suonino poco "metallicosi", perché hanno alcuni dei testi più interessanti, sinceri, meno banali e stupidi che il buon James abbia mai scritto.
Tra questi, ovviamente, St. Anger.

Santa Rabbia attorno al collo
Santa Rabbia attorno al collo
Non ottiene mai rispetto
Santa Rabbia attorno al collo

La fai divampare, la fai divampare
Santa Rabbia attorno al collo
La fai divampare, la fai divampare
Non ottiene mai rispetto

Fanculo a tutto e niente rimpianti
Ho acceso le luci su questi oscuri scenari *
Ho bisogno di una voce che mi permetta 

Che mi permetta di liberarmi
Fanculo a tutto e niente rimpianti del cazzo
Ho acceso le luci su questi oscuri scenari
Cappio a medaglione, mi impicco** 

Santa Rabbia attorno al collo
Sento il mio mondo tremare
come un terremoto
È difficile vederci chiaro
Sono io? È la paura?

Sono follemente arrabbiato con te
E voglio che la mia rabbia sia sana
E voglio la mia rabbia solo per me
E ho bisogno di non controllare la mia rabbia
E voglio che la mia rabbia sia me

E ho bisogno di liberare la mia rabbia
Liberarla!


ll brano è una riflessione personale sul percorso di accettazione dei propri limiti e difetti intrapreso da Hetfield, che da decenni soffriva di alcolismo e della mancanza di capacità di controllare la propria rabbia. Il testo offre diversi spunti di lettura e riflessione, usando delle immagini che sono sia delle metafore, che dei forti richiami al passato di Hetfield. Mi piace l'idea della rabbia come un santo (da notare come la personificazione di questo sentimento renda il sostantivo anger maschile), quasi un angelo caduto, incompreso, bistrattato e al quale si dia solo un'accezione negativa; si cerca di domare la rabbia, di imbrigliarla, legarla, cosi come lei afferra la nostra gola e quasi ci strozza quando la avvertiamo attorno al collo. Però James crea una giustapposizione non traducibile quando parla di medaglione e cappio (**): è come se la rabbia fosse per lui una croce e delizia, un motivo di vanto da portare come una medaglia al collo, perché è stata il motore che l'ha portato a fondare i Metallica da giovanissimo e scrivere i loro testi rabbiosi, e ora che la controlla è come il ciondolo di un santo protettore da poter indossare. Però è allo stesso tempo un cappio, che gli ha stretto il collo e l'ha portato sulla strada dell'autodistruzione bagnata di alcol, fino a quando non ha iniziato il suo percorso di terapia.
*Questa è una frase davvero nebulosa che si presta a più traduzioni e a interpretazioni su più livelli. La frase “Hit the lights” è già di per sé ambigua perché può indicare, a seconda del contesto, sia l'accendere che lo spegnere le luci, ma è soprattutto il titolo della prima canzone del primo disco dei Metallica; quindi, oltre all'idea di far luce su uno scenario oscuro (quello riguardante i propri demoni per poterli affrontare), è evidente il riferimento temporale ad un periodo storico ben specifico (i primi anni '80, quando si sono formati i Metallica), che ai fini del discorso sulla rabbia e la sua mancata gestione, ha una valenza assolutamente negativa. Anche “set” è ambiguo, perché può indicare un luogo, una scena teatrale o comunque di uno spettacolo, una condizione mentale, ma anche lo spettacolo vero e proprio, inteso come insieme (set) di canzoni. Quindi c'è il tentativo di far luce su un passato oscuro, ma contemporaneamente torna il riferimento a quando le luci si spegnevano sulla scena e la rabbia e l'alcol avevano la meglio sul James che saliva sul palco.

La traduzione è mia




mercoledì 24 gennaio 2018

PlaylisTallica


"One, Two, Three, One..."
Una playlist dedicata a parte della produzione più "sommersa" e meno presa in considerazione da molti, troppi fan dei Four Horsemen; suona volutamente come una provocazione, anzi, un dito medio sbattuto in faccia a tutti quei patetici metalhead che pensano che i Metallica si esauriscano o si debbano limitare a Master of Puppets o Seek & Destroy. Per fortuna, pur deludendo gran parte del proprio pubblico, i 'Tallica han nel tempo dimostrato di esser ben più coraggiorsi di molti altri gruppi metal e a parer mio, quella era la strada da battere, un percorso di naturale crescita ed evoluzione, piuttosto che continuare a riproporre un'immagine sbiadita di loro stessi che la gente continua a desiderare, ma che non è che una pessima parodia dei tempi andati; a cinquant'anni suonati come puoi pretendere di stare ancora su un palco a suonare thrash metal, una musica che per sua definizione è (era) espressione di una rabbia, una ribellione e un'energia tutta giovanile. Lo spettacolo al quale il metal ci costringe ad assistere, partendo dall'assunto della "graniticità" dei suoi attori principali, l'ho sempre trovata un'assurdità di una tristezza infinita e la prima e fondamentale menzogna che viene raccontata proprio a quel tipo di pubblico che ricerca la "purezza", "la genuinità" la minor contaminazione possibile. Poveri illusi, ma non vi rendete conto del circo che vi viene messo di fronte agli occhi? Godetevi i vecchi album di questi artisti, ma se è genuinità che cercate, guardate altrove o "let my heart go".
I pezzi selezionati faranno storcere il naso alla maggior parte del vecchio pubblico dei Metallica, i nuovi fan son sicuro non li conosceranno neanche, perchè i dischi a casa non ce li hanno e dubito che qualcuno di loro sia andato su Spotify a cercarsi una Low Man's Lyric.
D'altro canto, molti di questi brani sono da sempre tra i miei preferiti del gruppo di Frisco, un po' perchè sono sempre stato "alternativo" nei miei gusti, molto perchè cosa significhi essere realmente "metal" non l'ho mai capito, nè condiviso, ma soprattutto perchè son tutti pezzi che in qualche modo mi han toccato, fatto pensare, procurato più pelle d'oca, brividi, batticuori e lacrime di molti riff più degni d'esser annoverati tra la produzione degli alfieri del Metallo. E per questo ringrazio i Metallica, con i cui dischi son cresciuto, che ho sempre amato, ascoltato e suonato; li ringrazio per il loro coraggio e per quello che ci hanno donato quando hanno avuto l'ardire di abbassare di qualche DBspl il volume degli ampli, ridurre i bpm e magari han trovato la forza di guardarsi dentro per raccontarci ciò che loro sentivano, piuttosto che cantarci ciò noi ci aspettavamo da un gruppo metal.
Buon ascolto.


https://open.spotify.com/user/21gzm36avduq2ye3najr4cwyq/playlist/3xgsbxxGlQuV7Fc0QSDM9s?si=-6TqAkEFSkCTlkhF6aJIsA
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