lunedì 15 maggio 2017

Wallis Bird @ Cap 10100 - Torino 16/02/17

Flashback
è la notte di circa due anni e mezzo fa, l'ennesima passata insonne in attesa di una serenità che non giunge. Sto facendo zapping e dopo i soliti inutili canali generalisti e soporiferi, così noiosi da inibire anche la dolce venuta dell'agognato Morfeo, mi ritrovo su Rai5, l'unica emittente per la quale potrebbe avere un qualche senso pagare il pizzo che ci viene estorto in bolletta per la fruitura del "servizio pubblico".
Stanno trasmettendo Ghiaccio Bollente, interessantissima trasmissione del maestro Massarini, l'unica che proponga interviste, approfondimenti e live di artisti che val la pena di conoscere e seguire. Ovviamente il palinsesto relega ad orari quasi proibitivi la messa in onda di tutto questo bendidio.
Il buon Massarini annuncia che questa notte ci farà conoscere una giovane musicista irlandese, tale Wallis Bird. Mai sentita, ma Ghiaccio Bollente è figo proprio per questo.
Scopro che la cantante in questione sia un animo girovago e inquieto, alla ricerca di un posto da chiamare casa e di un amore che possa dare un senso alla scelta di provare a mettere le radici una volta trovato quel posto. Il viso è magro e nervoso, i capelli non hanno alcun senso, la voce graffiante in qualche modo mi segna l'animo.
Suona una chitarra acustica per destri, ma lei è mancina, il che significa che le tre corde più alte sono in realtà quelle che normalmente si troverebbero in basso (il plettro pizzica prima le acute delle gravi). A terra ha un pad elettronico che le serve per gli accenti percussivi, come una grancassa.
Immagino usi un'accordatura aperta, vista la diteggiatura. A Wallis mancano quasi interamente due dita della mano sinistra: un incidente con un taglia erba.
Mi innamoro di un pezzo, un singolo dell'allora ultimo disco, qui suonato in solo acustico: Hardly Hardly, pezzo che inserirò in pianta stabile nella mia mistona da lettore portatile e che più di una volta comparirà negli (ormai lontani e compianti) streaming di Radio Nowhere.
Il suo è uno stile "muscoloso", molto fisico, che ricorda se pur in maniera meno tecnica, alcune cose di Ani DiFranco, artista alla quale la Bird è spesso associata. Il suo modo di suonare e di cantare mi stregano, la sua energia mi colpisce, la sua storia e le risposte date nell'intervista anche. Benedetta insonnia.
Fast forward
è l'inizio di quest'anno, sono in un locale del centro per assistere ad uno spettacolo teatrale. Mi bevo una birra nell'attesa che la serata abbia inizio e già che ci sono do un'occhiata a dei flyers appesi su una bacheca: concerti vari, esibizioni, incontri, spettacoli...Wallis Bird in concerto al Cap 10100.
Per tutto questo tempo confesso che non mi sono informato molto sulla cantante, ma Hardly Hardly è diventato un classico da heavy rotation sul mio lettore. Voglio andare a vederla.
Fast forward un altro po'
Io e V siamo sul Po, dietro la Gran Madre, in attesa di entrare al Cap.
Chiacchieriamo, ci fumiamo una sigaretta; abbiamo fame, abbiamo staccato da lavoro da poco tutt'e due.
Dal Cap esce una ragazza coperta da un felpone nero con cappuccio; non è molto alta, ma quei capelli senza senso sono inconfondibili: è Wallis. Si gira e si rivolge alla gente che aspetta di entrare: "Solo un Limoncelo!" (sic).
Ridiamo.
Ok, andiamo a mangiare qualcosa, che sto svenendo.
Li vicino c'è un posto in cui poter mangiare una pasta al volo.
Entriamo e ci sediamo. Guardo di fronte a me: Wallis è seduta li che sorseggia quello che sembra essere un cappuccino (dopo il limoncello?). Sta parlando con qualcuno, noi intanto mangiamo, che qua si ha fame.
Siamo dentro il Cap e Wallis compare sul palco tenendo in mano due bicchieri, uno di rosso, uno di "Limoncelo"; è allegra (di già).
Imbraccia la chitarra ed inizia la festa.
Il locale è bello pieno, non avrei detto, invece c'è un sacco di gente molto appassionata che snocciola testi a me sconosciuti con precisione invidiabile. Io e V siamo forse le uniche persone etero nel locale. Boh...
Wallis è un tornado: grattuggia la chitarra con tale violenza che non si contano le corde rotte (ricordo che si abbatte come un'ossessa prima su quelle più sottili, quindi è un attimo farle saltare). Ad un certo punto dell'esibizione non saprà più quale chitarra utilizzare, perchè sono tutte maciullate. Poco importa, ci sono le percussioni, i pad e il pianoforte ancora da devastare.
Sarebbe riduttivo definire questo genere folk, comunque è al 90% acustico, accompagnato da un violino, una chitarra baritona e delle percussioni. Tutto è molto ritmico e danzereccio e questa tarantolata dai capelli senza senso ci da dentro come un'indemoniata! Alla gente piace. Si canta, si salta e si balla. è un bel momento, è una bella festa. C'è tanto calore e mi viene da pensare, con un sorriso, che ci voleva un'irlandese per portare il sole in questa dannata città vittima di nebbia e piogge torrenziali per tutto l'inverno. Wallis porta la primavera in anticipo in una notte sul Po ancora fredda e chiude con Hardly Hardly, invitando tutti a seguirla nell'aftershow con litri di Limoncelo.
A volte è bello non riuscire ad addormentarsi.

venerdì 24 marzo 2017

"A history of changes now I'm loving
Now I'm losing keeps me constantly
In fear of hearing "I can't see where
This is going"
"

Dream Theater, Light Fuse And Get Away

mercoledì 15 febbraio 2017



"Well, here's my new address
Six, six, four
Oh, I forget
"
 
Deftones, Street Carp

mercoledì 23 novembre 2016

"And I've been here, I've been there
I've been every fucking where
So what, so what
So what, so what, you boring little cunt
Well, who cares, who cares what you do"

Metallica / Anti-Nowhere League, So What

venerdì 7 ottobre 2016

RN Live - Free Ride

Mercoledì 12/10 RN passa a prendervi per un giro gratis (libero).
Ci facciamo un Free Ride con i pezzi richiesti e rimasti fermi in garage per qualche mese.
Passo alle 21.00, come sempre. Fatevi trovare pronti!

Clicca qui per esser portato alla pagina dello streaming.
Qui per scoprire come funziona e partecipare alla chat.
Qui per suggerire i pezzi che vuoi sentire nelle prossime trasmissioni. Aggiungili alla playlist!

giovedì 29 settembre 2016

One More Time With Feeling

è difficile.
è difficile parlare di questo film, è difficile guardarlo.
Ma la parte più difficile forse è ritornare alla propria vita una volta usciti dalla sala.
Io non ho dormito. Ho cercato di mantenere un certo distacco, ma non ce l'ho fatta.
è difficile, lo è sempre, quando si tratta di Cave, perchè è sufficiente che quest'uomo apra la bocca o posi le sue mani sulla tastiera del pianoforte che la tua vita venga rimessa in discussione. è qualcosa che solo lui è in grado di fare, è un suo potere, o una sua maledizione, ma accade ogni volta: non importa quanto tu cerchi di prepararti e provi a difenderti, perchè lui troverà sempre un modo per sollevarti la pelle e andare a toccare i nervi scoperti di una sensibilità che preghi rimanga sopita. è tutto inutile, l'Uomo dalla Rossa Mano Destra ti scoverà, anche e soprattutto nel buio della sala, ti sedurrà, ti spaventerà e ti condurrà un passo più a fondo in te stesso, in recessi che ancora non avevi sondato, da dove ti osserverai e osserverai il mondo che ti circonda con nuovi occhi. Ti cambierà, che tu lo voglia o meno, e lo farà ancora una volta con sentimento.
Ero indeciso e insicuro: sapevo cosa stavo andando a guardare e non ero sicuro di volerlo fare. Sicuramente non avevo intenzione di essere spettatore del suo dolore. Non che attraverso i suoi dischi non lo si faccia, ma questa volta è diverso, è se possibile ancora più personale ed ancora più difficile. è giusto farlo? Lo si deve fare?
La musica c'entra, ma fino ad un certo punto, il discorso è più incentrato sul senso del tempo, del dolore, della perdita e del trovare un senso a tutto questo.
C'è molta onestà in ciò che si vede, c'è il desiderio di non raffinare troppo il prodotto finale, nè visivamente, nè musicalmente. Certo gli artifici del mestiere ci sono tutti, ma quelli sono funzionali a veicolare un messaggio, venga questo filmato o cantato, ma si avverte l'esigenza di rimanere il più aderente possibile al qui e ora, per non perdere la peculiarità del momento, con le sue sfumature di bianco e nero, con i suoi cambi di tono e tempo irregolari e zoppicanti quanto repentini e improvvisi. C'è l'esigenza di testimoniare una condizione unica, uno stato delle cose che deve essere rappresentato per quello che è, per amore di memoria, anche se lo si vuole dimenticare, anche se ci si ritornerà su altre milioni di volte, perchè il tempo è elastico e ci riporta sempre indietro. Ma le cose possono cambiare. Nel futuro il nostro passato sarà diverso, assumerà altre forme e altri colori, altri suoni, altri odori. Perchè l'elastico che viene teso non è mai uguale a prima, quando torna a rilassarsi: si sfibra, cambia poco per volta, in maniera impercettibile, ma non può essere uguale a se stesso.
La musica è sconvolgente, ma se ne parlerà meglio una volta ascoltato il disco. Quando il coraggio per farlo sarà sufficiente.
L'impressione comunque è quella di una lunga scivolata tra le pagine più buie del mondo di Cave; la sperimentazione, l'interpretazione, la lunghezza, l'improvvisazione e la deriva ipnotica di un pezzo come Jesus Alone rende l'idea. Non ci sono orpelli o struggenti parti melodiche agrodolci nelle quali crogiolarsi e alle quali aggrapparsi nella speranza di una disperata risalita dal romantico decadimento. Qui si è sdraiati sul fondo di un baratro dalle altissime e levigate pareti di cemento, lasciati soli a brancolare nel buio e nel fango umido, strisciando e avanzando a tentoni, nella speranza di scorgere un fievole baluginio.
è difficile. E spesso si avverte che seduti al buio, su comode poltrone imbottite, gli occhi si fanno umidi e un dolore ci prende al petto, nel vedere Cave che tenta di richiamare a sè colui che ha perso, che prega per un raggio di sole che torni a illuminare il suo buio e lo riscaldi mentre fissa il vuoto orizzonte del mare ghiacciato, alla ricerca di una risposta che non c'è, di una voce che è ormai muta.
Forse è troppo. Forse è troppo presto. Forse avrebbero dovuto lasciar decantare questo documentario in qualche archivio per poterlo poi eventualmente proporre o distruggere tra qualche anno. Forse Nick non è ancora troppo lucido per scegliere se mettersi così a nudo o elaborare più privatamente la sua tragedia. Il nuovo Nick Cave è una persona confusa, che non ha risposte o certezze, se non quella della bellezza del mondo, che nonostante tutto, con crudele testardaggine, continua a palesarsi a nostri occhi, giorno dopo giorno. E allora sente che quella bellezza deve trovare una voce che possa cantarla, che possa spiegarla a chi non ha la capacità di soffermarcisi, anche se sta strisciando al buio nel fango.
C'è ancora bisogno di qualcuno che canti le stelle.



Tra i vari pensieri che mi son passati in testa durante la visione del film c'è stato quello dettato dalla curiosità di sapere come la stavano vivendo gli altri spettatori, quanti di essi si stavano sentendo partecipi e quanti infastiditi da ciò a cui stavano assistendo. Questo pensiero mi ha portato a valutare le coincidenze, i punti di contatto, le similitudini e le diversità e ho cominciato a pensare alla sensibilità di certi artisti ai quali io sono legato, che hanno un forte debito nei confronti di Cave. Sono finito insomma a pensare ai Marlene Kuntz e in particolare a uno dei loro lavori più recenti che mi ha colpito negli ultimi anni: Canzoni per un Figlio.
Il contesto di quel lavoro è completamente diverso e parte da presupposti direi opposti, ma il legame di un padre con suo figlio è assolutamente centrale. Mi ha brevemente colpito come, per ragioni diversissime, i Marlene, e nella fattispecie Cristiano, abbiano dedicato un loro lavoro ad un figlio, questa volta in anticipo su Cave, che per altro viene anche citato in uno dei brani più belli del disco, che è invece sempre stato il punto di maggior riferimento per il cantante cuneese. Storie che si intrecciano, involontariamente. Passato, presente, futuro.
Si accendono le luci, esco dalla sala. La prima persona che noto nell'atrio è Luca Bergia, batterista dei Marlene Kuntz. Questa cosa era già successa diversi anni fa, sempre con lui, al concerto degli Einstürzende Neubauten. Per chi non lo sapesse, il nucleo primevo dei Marlene si è praticamente formato molti anni fa ad un concerto degli Einstürzende al Lingotto di Torino e il cantante-chitarrista-fondatore della band di Berlino è Blixa Bargeld, spalla e chitarrista storico di Nick Cave and The Bad Seeds.
Io, lui, loro, noi. Passato, presente, futuro, condizionale.
Il tempo è elastico.

venerdì 23 settembre 2016

Orange Crush

Orange Crush è il primo singolo estratto dall'album Green dei R.E.M. (1988), nonchè la loro canzone di maggior successo, sino alla pubblicazione della celeberrima Losing My Religion.
Ma cos'è un Orange Crush e di cosa parla il testo di questo pezzo?
I molteplici significati delle frasi cantate e il fatto che lo stesso Stipe abbia più volte detto che anche lui non abbia idea di quale sia il reale senso del brano non ci sono molto di aiuto.
In effetti diverse cose si chiamano Orange Crush, come un'aranciata simile alla Fanta, una linea di amplificatori della Orange, o una particolare varietà di marijuana.
C'è anche chi sostiene che nel testo si faccia riferimento all'eroina o all'acido lisergico. Questa tesi è spesso sostenuta da chi interpreta la parola spine del ritornello, rispettivamente come ago, o come uno slang che sembra fosse in uso tra i soldati americani di stanza nel Vietnam, quando si riferivano ad un cocktail di anfetamine e allucinogeni da assumere prima di entrare in combattimento per far fronte allo spaventoso inferno nel quale si trovavano. Che spine abbia a che fare con il coraggio è suggerito anche dall'estensione del suo significato originale: spina dorsale; può infatti indicare il midollo, nel senso di carattere, tempra.
Il sarcasmo del testo diventa evidente al verso We are agents of the free.
Non è difficile infatti mettere in relazione agents con l'orange del titolo: l'Agent Orange (Agente Arancio) è infatti il nome in codice che l'esercito americano dava al defoliante utilizzato in Vietnam dal '61 al '71 per sfoltire la jungla e stanare i nemici più facilmente.
L'utilizzo massivo di questo prodotto chimico creò più danni del Napalm, tanto nella popolazione civile vietnamita che tra i militari U.S.A. Fu infatti causa di tumori, malformazioni, degenerazioni genetiche e disturbi della crescita nei bambini.
Il brano è per lo più letto in quest'ottica anti-militarista e spesso viene usato come inno di pace, contro ogni conflitto bellico. All'interno di quest'ottica direi che convivono bene le varie accezioni che si danno alle singole parole e alle frasi cantate, spesso comunque riconducibili al campo semantico dei prodotti chimici e a quello del militarismo.
Inoltre, ritengo che una frase come now it's time to serve your conscience overseas (over me, not over me) Coming in fast, over me tolga ogni dubbio.
Si aggiunga che il padre di Stipe combatté in Vietnam tra gli elicotteristi...
Musicalmente il brano è apprezzato soprattutto per il giro di basso di Mike Mills.
Io sono dell'idea che Fortune Faded dei Red Hot Chili Peppers sia parecchio in debito con questo pezzo! Voi che ne dite?
Gli Editors ne hanno registrato una cover come b-side del loro singolo Blood e l'hanno spesso riproposta dal vivo.
Notoriamente io non sono un grandissimo fan del gruppo di Athens, ma ci sono diversi brani del loro vecchio catalogo che mi piacciono molto e per i quali nutro un forte rispetto. Ho sempre pensato che in qualche modo MTV e la scelta di singoli stucchevoli, noiosi e ripetitivi abbia sì portato nuovi accoliti alla band, ma anche alienato un pubblico più interessato al loro lato alternative e meno a quello smaccatamente pop.
Un vizio di valutazione mio, o semplicemente non mi sento del tutto a mio agio con la loro produzione?
In ogni caso, Orange Crush rimane un gran bel pezzo!

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